Lhasa o Las Vegas

13-15 Aprile, giorno 6,7 & 8

Sabato 13 siamo atterrati a Lhasa 3.650m. Dopo controlli capillari e schedatura con tanto di impronte digitali ad entrambe le mani, si entra in un altro mondo rispetto al Nepal che continua ad esser fra i 10 paesi più poveri al mondo. La prima cosa che appare evidente è la ricchezza della Cina. Sul piazzale dell’aeroporto Maserati e Corvette, non una sola utilitaria. Per chi avesse visto 7 anni in Tibet con Brad Pitt e pensasse di trovare ancora quel tipo di ambientazione, rimerebbe enormemente deluso; Lhasa è oramai una modernissima città cinese da 2 milioni di abitanti in continua espansione. Per certi aspetti ricorda molto Las Vegas, luci e schermi enormi a led con pubblicità sui palazzi, vialoni a tre corsie più la corsia per i ciclomotori elettrici. Non ho mai visto un’antropizzazione così su larga scala, le gru si contano a centinaia. E’ la terza volta che vengo a Lhasa a distanza di 10 anni tra una visita e l’altra, la prima fu nel 2000 ed ancora si poteva respirare il Tibet vero dei monaci, la ruralità e le tradizioni locali. I cinesi hanno mantenuto intatto il Potala ed alcuni altri monumenti ma tutt’intorno potremmo essere in una qualsiasi città cinese. Tenzing (ragazza tibetana), la nostra guida in territorio cinese che ci scorta al campo base del Chomolungma (nome tibetano dell’Everest), ci accompagna a ritirare il permesso di scalata, ma la cosa diventa molto impegnativa. Districarsi nel dedalo di palazzi governativi è un’impresa titanica, tra uffici chiusi per la festività ed il rimpallarci da un palazzo all’altro, la pratica si risolve in due ore.

Domenica 14 è il mio compleanno! Si riparte verso Shigatze 3.836m., un’autostrada a due corsie ha sostituito la strada impervia e sterrata che percorsi nel 2000. Parallela all’autostrada è stata costruita la ferrovia ad alta velocità che è in funzione da tre anni. Lo scopo è portare comodamente i turisti ai piedi del tetto del mondo. Attraversare l’altopiano in passato era un viaggio affascinante un tuffo nel passato, si incontravano famiglie nomadi con al seguito le mandrie di yak che ancora dormivano in tenda, ora tutto questo non c’è più. I cinesi in pochi decenni hanno sradicato la cultura tibetana, gli abitanti si sono ritrovati dal medioevo nel terzo millennio; certo, le comodità dell’energia elettrica, internet, l’acqua calda le strade che collegano ogni piccolo paesino hanno facilitato enormemente la vita quotidiana. Per un occidentale, se da un alto lato si guarda con nostalgia alle tradizioni perse ed un passato che non tornerà più, da un altro punto di vista sarebbe crudele continuare a volere che gli altri debbano vivere come nei secoli passati, solo per l’egoismo del turista che ancora vorrebbe trovare le usanze tradizionali. Fare i parchi e pretendere che all’interno di essi le persone debbano continuare a vivere secondo le usanze del passato, credo che sia una forma di grande egoismo. Ai posteri l’ardua sentenza.

Questa mattina ripartiamo verso New Tingri (4250 m.)– altri 250 km nell’altopiano tibetano – tra 3 giorni saremo finalmente al campo base e avranno inizio i giochi. Non vi salutiamo più con il solito Namastè, saluto nepalese che significa: saluto la divinità che c’è in te, che mi sembra un bel salutare.

Ora utilizzeremo: Tashi Delek, saluto tibetano che è un augurio di buona fortuna.

Edmond